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La Settimana di Pandolfini

LA NATURA ENTRA IN CASA

Fin dall’antichità, per quanto sappiamo dalle fonti classiche, l’architettura e la decorazione della villa in campagna – luogo deputato all’otium e all’ospitalità informale ma anche centro di attività produttive – è stata distinta da quella della residenza cittadina. E se il frutteto dipinto sulle pareti del triclinio estivo della villa di Livia a Prima Porta (anzi, ad gallinas albas) resta per il momento un unicum legato alla committenza imperiale, è probabile che anche le decorazioni delle ville aristocratiche (e quelle dei nuovi ceti recentemente arricchiti) dialogassero con il paesaggio.

Una moda che anche sull’onda di istanze filosofiche esplode nuovamente nel Settecento quando le stanze dei paesaggi si aprono, finestre illusive sulla natura, annullando il limite delle pareti grazie a dipinti che riproducono il paesaggio circostante.

Mentre a Roma e nel Lazio prevale l’affresco, le ville sorte già dal Cinquecento sulle colline bolognesi si ornano di grandi tele dipinte a tempera dai numerosi specialisti che a questo genere si dedicano in maniera esclusiva: ed è questo il motivo per cui, anche dopo la perdita di quei contesti, le grandi tempere dei paesisti bolognesi tornano oggi a decorare le nostre case cittadine.

Quelle che andranno in asta il 15 novembre, nate dalla collaborazione di Carlo Lodi e del figurista Nicola Rossi, documentano uno degli esiti più straordinari di questa tendenza: provengono infatti dalla villa Pepoli detta “La Cicogna” decorata con ben ventidue tele di paesaggio animate da soggetti diversi. Le nostre, in particolare, si ispirano agli episodi narrati nelle Aventures de Télémaque di Fénélon pubblicato per la prima volta nel 1699 e presto divenuto un vero e proprio best seller, tanto da essere tradotto nelle principali lingue europee ma anche usato come libro di testo per imparare il francese.

La scelta di questi episodi da parte del conte Sicinio Pepoli è quindi un interessante documento – nel cuore dello Stato della Chiesa – di una cultura aggiornata alle nuove istanze dell’Illuminismo, e in particolare alla critica del potere assoluto che attraverso le peripezie del figlio di Ulisse Fénélon proponeva, non tanto velatamente.

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