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La Settimana di Pandolfini

LA MONETA VENEZIANA DEI “RECORD” È LA LIRA TRON

La Lira Tron o, più semplicemente, Trono, è il nome con cui viene comunemente denominata una moneta d’argento del doge Niccolò Tron che rappresenta, al dritto, l’immagine inusuale del busto del doge, e al rovescio, il leone “in moèca” racchiuso in una corona di alloro (ovvero, secondo il dialetto veneto, il leone di San Marco con le ali a ventaglio che ricordano le chele del granchio, ben presente nella laguna veneta). Questa moneta venne ordinata dal Consiglio dei Dieci il 27 maggio 1472, per l’appunto sotto il dogato di Tron (1471-1473), per sopperire alla mancanza di circolante argenteo nel ducato visto che sino a quel momento circolavano solo grossi matapan tosati (ovvero con una parte di metallo asportato in modo fraudolento e quindi di peso inferiore rispetto a quello legale) e soldini di lega, molto spesso contraffatti. È la prima volta nella storia della Serenissima che a questa autorità viene affidata dietro espressa volontà del Maggior Consiglio una questione di vitale importanza in campo monetario. L’ordine della sua battitura dovette essere piuttosto perentorio se, per metterlo in atto, si dovettero requisire oltre i due terzi di tutto l’argento conferito in zecca. 

Con l’introduzione della Lira Tron, il cui conio venne affidato alle sapienti mani dell’incisore Antonello della Moneta, per la prima volta nella storia si concretizzò il sistema monetale carolingio (a base argenteo) nella sua completezza: infatti se fino a quel momento la Lira era solo una moneta di conto, pari cioè a 20 soldi (ovvero 20 grossi d’argento, ciascuno dei quali formato da 12 denari piccoli), da questo momento corrispondeva ad una unità monetata (il cui peso è di oltre 6 grammi e con un titolo di 942 millesimi di fino).  

La “prima” lira della storia italiana, tuttavia, presenta altre caratteristiche che concorrono a definirla una vero e proprio primato monetale di questa zecca: infatti raffigura per la prima volta il busto fisiognomico del Doge, caratteristica che sollevò le critiche dal Maggior Consiglio che deliberò severamente in occasione della coniazione del ducato d’oro di lì a poco imago ducis fiat flexis genibus ante imaginem sancti marci; nec imago ducis in moneta nostra fieri possit (la figura del Doge sia in ginocchio di fronte a San Marco; che nessuna immagine del Doge possa essere rappresentata nella nostra moneta).  

Questa moneta, in conservazione migliore allo splendido, verrà proposta nella prossima sessione di vendita primaverile insieme ad altre monete e medaglie italiane e internazionali provenienti da svariate collezioni private. 

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