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La Settimana di Pandolfini

ANTONIO DONGHI: IL VERO PIU’ DEL VERO

Antonio Donghi, il rinomato maestro del Realismo Magico, vide la luce nel 1897 a Roma, da genitori di origine lombarda. La loro separazione, avvenuta quando era ancora un bambino, lo condusse sin da subito in un collegio, un’esperienza che plasmò il suo percorso solitario, caratterizzato da un’anima timida e introversa.

Nel 1926 quando Donghi si diplomò al Regio Istituto di Belle Arti, venne arruolato e inviato in Francia fino alla fine della prima guerra mondiale. Rientrato in Italia frequentò i musei di Venezia e Firenze, e ispirato dai grandi maestri iniziò il suo percorso di pittore esponendo delle sue opere per la prima volta nel 1922 alla XV Esposizione della Società amatori e cultori delle belle arti di Roma.

Il giovane Donghi a Roma frequentò la Galleria d’Arte Bragaglia dove si esponevano le avanguardie: Futurismo, Espressionismo, Secessione Romana, Nuova Oggettività’, e l’anno successivo fece una sua esposizione alla Seconda Biennale Romana.

Donghi è particolarmente affascinato dalla poetica di Ubaldo Oppi, che influenzerà la sua propensione al naturalismo figurativo così come i maestri del XV e XIV secolo. Nel 1924 espone alla Casa d’Arte Bragaglia e alla Galleria Pesaro di Milano, è l’occasione per farsi conoscere a un pubblico più vasto riscuotendo il supporto dei critici Ugo Ojetti e Roberto Longhi che lo definivano il pittore gentileschiano.

Nelle tele di Donghi tutto è equilibrato, dalle forme ai cromatismi: i suoi paesaggi sono oasi di solitudine e quiete e i suoi personaggi sono seri e ironici allo stesso tempo.

Tutto ciò verrà presentato nella prossima asta del 19 giugno in cui potrete ammirare l’opera su carta intitolata “Casolare” del 1955, la quale riflette in toto la cifra stilistica delle opere prodotte dall’artista dagli anni ‘50 in poi, quando si dedicò principalmente ai paesaggi, presentandoli perfino alle Biennali di Venezia del 1952 e del 1954 e alle Quadriennali di Roma nel 1951, 1955 e 1959, e infine nel 1938 alla Galleria di Jandolo a Roma e alla Galleria Gian Ferrari di Milano.

Il suo personale realismo magico si sviluppa come un racconto per immagini, dove l’esistenza nel suo divenire appare sospesa in una rappresentazione che cela in sé qualcosa di gentile, raffinato ma anche sacro. Donghi ha la rara capacità di alterare la percezione della realtà e del silenzio e proprio in questo risiede la sua contemporaneità.

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