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La Settimana di Pandolfini

UNA MONETA CHE FA “CATECHISMO”: IL GIULIO DI PAPA ALESSANDRO VII

 

Forse non tutti sanno che la moneta, oltre alla sua funzione primaria (e primordiale) di strumento di pagamento, assolve anche altre finalità come quella di unità di conto e riserva di valore. Tuttavia, la moneta, nel corso della storia, è diventata anche il mezzo più universale ed efficace di comunicazione politica e sociale tra le masse, passando velocemente di mano in mano. Per questo nelle monete sono stati raffigurati i profili degli imperatori, dei re, papi, santi e dei simboli più caratterizzanti di un determinato governo o della religione cristiana. Esemplare è stato l’utilizzo del simbolo della croce nelle monete del periodo crociato, rappresentato sui tondelli di numerosi denari e grossi delle città coinvolte. Il repertorio di motti, imprese e legende presenti sulle monete italiane è stato a lungo studiato, e lo è tuttora, anche dalle discipline scientifiche non prettamente numismatiche come l’archeologia, la glittica (cioè l’arte incisoria) e la storiografia antica, per il prezioso contributo che si possono trarre dalle numerose indicazioni e informazioni ivi impresse. Un esempio lampante di questo utilizzo è quello che possiamo trarre dalla lettura delle “massime” impresse nelle monete prodotte a cavallo tra il periodo barocco e quello romantico dalla zecca pontificia romana. Il fil rouge di queste emissioni è stato quello di realizzare una sorta di “catechismo” delle masse, volto a indottrinarle attraverso un utilizzo (moralmente) corretto del denaro. La moneta che vogliamo qui presentare, per la particolare efficacia comunicativa della rappresentazione al rovescio, è quella emessa dal papa senese Alessandro VII (al secolo Fabio Chigi) durante il suo pontificato (1655-1667). Si tratta di un giulio (così denominato perché emesso in origine da papa Giulio II nel 1504 al valore di due grossi d’argento) che presenta al dritto l’arme della famiglia Chigi sormontato dal triregno, e al rovescio (qui è la particolarità) un tavolo apparecchiato da una elegante tovaglia coi merletti sopra al quale sono ammucchiate numerose monete, accompagnato nel giro della legenda dal verso “CRESCENTEM SEQUITVR CVRA PECVNIAM” tratto dalle Odi di Orazio che (tradotto) significa “con la ricchezza crescono le preoccupazioni” (letteralmente “l’affanno segue l’aumento del denaro”). Ben si presta l’intento moralizzatore di questa moneta e di tante altre, come quelle che presentano la dicitura “FAC VT IVVET” (“fa che sia utile”) e “PRO PRETIO ANIMAE” (“per il riscatto dell’anima”) impressa rispettivamente su un mezzo grosso e uno scudo d’oro di Innocenzo XII e il suo omonimo XI. Nella prossima asta di numismatica di giugno, tra le numerose monete di zecche italiane che verranno offerte all’incanto, ci sarà sia un esemplare del giulio oggetto del presente articolo che il suo multiplo, il testone (sempre di Alessandro VI), con la dicitura “NEC CITRA NEC VLTRA” (“né al di qua né al di là”) in conservazione splendida. Quale migliore simbolo, per indicare equità ed equilibrio nelle azioni di governo come nella pastorale religiosa, se non una bilancia?

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