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La Settimana di Pandolfini

TRA TARDOANTICO E NATURA: UN MOSAICO BIZANTINO DEL VI SECOLO D.C.

Non è un caso se sulla produzione artistica bizantina sono stati portati avanti centinaia di studi indirizzati verso una sua maggior comprensione e verso una sua più chiara interpretazione; essa è ed è stata un’arte tra le più apprezzabili della storia tardoantica e medievale, in particolar modo quando si citano i mosaici.

Nonostante le varie impostazioni regionali, con l’arte bizantina si passa da una resa visiva connotata da tridimensionalità e realismo tipicamente romano (basti pensare ai vari affreschi e alle loro riproduzioni architettoniche) ad una bidimensionalità corredata da un notevole astrattismo, visibile soprattutto nella realizzazione musiva; ed ecco quindi che ad un certo punto gli ornamenti vegetali, sempre particolarmente presenti, iniziano a ridimensionarsi per essere usati come riempitivi posti su fondi vuoti, così come nel caso dei soggetti animati, dove questi tendono a sparire ad eccezione di determinati individui legati in qualche modo a specifiche simbologie, come le gazzelle, gli agnelli, i volatili e i pesci, oltre naturalmente a personaggi umani specificatamente riconducibili alle varie vicende bibliche. Il tutto poi viene spesso inquadrato in cornici geometriche più o meno elaborate. Tutto ciò è quello che, sintetizzando, avviene nel VI secolo d.C.

Nel corso della prossima asta di archeologia 2024, Pandolfini è lieta di proporre un bellissimo e pregevole mosaico che attesta e che va a rappresentare tutti quei cambiamenti citati poc’anzi relativamente alla produzione musiva del VI secolo d.C.; il mosaico in questione, di ragguardevoli dimensioni (116×153 cm) e proveniente dall’area storico-geografica orientale del Levante, riproduce una scena bucolica con una gazzella rivolta verso un melograno, entrambi bidimensionali, posti su fondo chiaro e fluttuanti nel vuoto. L’animale è composto da tessere musive in pietra di colorazione beige a diverse tonalità, un collarino rosso visibile intorno al suo collo e tessere scure a contorno che permettono di definire la sagoma dell’intero soggetto. Esso sembra intento a volersi nutrire dei frutti del melograno, messi in risalto dal mancato mantenimento delle reali proporzioni del frutto rispetto all’albero.

Data la fattura, non è da escludere che questo fosse un mosaico che componeva una scena biblica più grande presente in un luogo di culto. Una bellissima attestazione di quella che era la bidimensionalità artistica tipica del mondo bizantino.

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